Questa è la storia di un laureato molto speciale. Gli sci e il violino. Poi, a 22 anni, l’incidente e la paralisi. Paolo Berro, con microfono, pc e una straordinaria forza di volontà, è riuscito a reinventarsi l’esistenza. Oggi, dopo la tesi in ingegneria meccanica, promette: «Non mi fermo qui».
di Francesca Folda
27/10/2004
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001027527
Paolo ha uno sguardo vivace, il suo viso si illumina quando sorride. Sta per compiere 28 anni e si è appena laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino. Ma non smetterà di studiare (prosegue con ingegneria logistica e delle produzioni), anche se già lavora come web designer, è consulente della Wind e fa parte di una commissione del ministero per l’Innovazione tecnologica. Ha molti amici e vive a Castelfranco Veneto con i genitori che lo adorano. Sembra la storia normale di un ragazzo normale. Ma la normalità, con una diagnosi di «tetraplegia flaccida», è una sfida continua.
Dal 2 maggio 1998 Paolo Berro è paralizzato dal collo in giù. Colpa di un incidente stradale che lo ha spedito in rianimazione. Un mese di coma, operazioni, complicazioni. E lui, che fino ad allora aveva fatto la vita spensierata e goliardica dello studente universitario a Padova, aveva vinto gare di sci, suonato chitarra e violino, frequentato locali con gli amici, si è svegliato in un letto con un respiratore automatico, incapace di muovere persino le corde vocali. «Ci siamo dovuti reinventare la nostra esistenza» racconta la mamma. «E da allora è iniziato un gioco di squadra che ci fa lottare uniti giorno per giorno, senza pensare al futuro».
Una quotidianità a ostacoli che la famiglia Berro accetta di raccontare per dare un segnale di speranza e un aiuto concreto a chi come loro si è visto dimettere da un ospedale con un familiare paralizzato senza alcun ulteriore consiglio. Ex insegnante, la madre di Paolo, Mariateresa, 55 anni, nel 1998 era da poco andata in pensione. Lasciare il lavoro alle Generali è stata l’unica possibilità anche per il padre, Giorgio, che di anni ne ha 60. Non è stato facile accettare la diagnosi, parlarne. «All’inizio pensavamo di nascondere a Paolo la verità. Ma un giorno ci siamo resi conto che sapeva e siamo scoppiati a piangere. Da allora abbiamo giurato, mai più».
Mai più lacrime? «Mai più bugie e mai più lacrime tutti e tre insieme» spiega la mamma. «Ora, a turno, se uno di noi piange, l’altro consola. E il terzo sgrida». E se è Paolo a piangere, qualcuno deve asciugargli le lacrime. Ma è lui il più determinato a lottare.
Quando i medici del centro di riabilitazione Negrar di Verona (dove ha trascorso un anno dopo il coma) gli prospettarono l’uso di un computer con i comandi vocali, ha affrontato la rieducazione con nuovo slancio e ha recuperato la capacità di respirare autonomamente e, anche, la parola. Aveva un filo di voce quando ha cominciato a usare comandi come «freccia giù», «al lavoro», «clicca tasto sinistro», «cancella ultime quattro parole».
Oggi, grazie ai suoi progressi e a quelli della tecnologia, fra lui e il computer c’è vera simbiosi. Il software Dragon dictate, il microfono ad archetto davanti alla bocca e il sensore che rileva il movimento della testa per trasferirlo al computer come fosse un mouse consentono a Paolo di aprire e chiudere schermate, navigare in internet, scrivere testi e disegnare complessi siti web anche più velocemente di chi digita sulla tastiera. Ma le sue mani sono ferme, delicatamente appoggiate sulle gambe, immobili. Mentre lui mostra come detta e naviga, il papà allontana la zanzara che gli si è posata sul viso.
«Un tempo per percorrere grandi distanze bisognava affrontare lunghi viaggi. Grazie a internet oggi ci si sposta da un continente all’altro con un solo clic» scrive nel sito che ha regalato alla sua città. Può ben dirlo Paolo che è addirittura riuscito a laurearsi al Politecnico di Torino, l’unica università che dal 2000 gli ha permesso di sostenere gli esami da casa, in videoconferenza con professori che lo valutavano a 400 chilometri di distanza.
